Giornale della resilienza

giornale di Giacomo Fadda, 17 anni, IV liceo scientifico G. Galilei di Macomer (NU), coordinamento M.Antonietta Galizia

Le quattro pagine di un ipotetico giornale, in cui consiste l’elaborato che presento, è il risultato di un lungo lavoro di ricerca delle informazioni, progettazione della struttura dei singoli articoli, creazione e modifica di fotografie e aspetti grafici; in poche parole: è un prodotto realizzato interamente da me.

L’articolo “Scoprire la storia in maniera innovativa: come fare?”, come evidente, non è basato su fatti reali, e forse non potrebbe essere definito neppure “realistico”, ma sviluppato su una cornice narrativa, il presunto cambio di rotta del Friday for future, che mi ha permesso di trattare l’argomento storico col taglio di una notizia, che ha conferito maggiore dinamicità a contenuti tanto densi.

Il secondo articolo, “Le parole di Madre Natura”, è anch’esso impostato secondo una cornice narrativa. Grazie a questo ho potuto riportare all’attualità un antico culto della natura, che nella mia Sardegna si esprime attraverso le immagini della Venere sarda, protagonista di un dialogo fra antichi nuragici. Un tributo alla mia terra e alla cultura che la contraddistingue, nell’incontro fra antico e contemporaneo.

Il terzo e ultimo articolo è invece frutto di una ricerca ed approfondimento di una tematica a me cara: lo sfruttamento dei territori ricchi di petrolio e delle popolazioni che li abitano. Ho deciso di dedicare spazio a tale argomento per l’importanza che esso a mio avviso riveste, data la sua attualità e la brutale rivelazione di un mondo, ahimé, spesso ingiusto.

Realtà, informazione, ma anche sguardo personale verso il mondo, quello in cui vivo e quello che nei secoli ne ha posto le basi: spero che possiate apprezzare l’impegno sotteso ad un lavoro che ha cercato di condensare questi aspetti.

GIORNALE

Coronavirus e le sue fake

di Valerio Bucciaglia, 16 anni, di Pomezia

In questi ultimi mesi la diffusione del Covid19 è stato uno degli argomenti più trattati da tutti i giornali, ma non sono mancate le fake news che hanno creato scompiglio e allarmismo fino ad arrivare ad una vera è propria fobia.

I rimedi “casalinghi”

Tra i metodi piú bizzarri per evitare il contagio troviamo la “Miracle Mineral Solution” una soluzione a base di candeggina allungata con acqua, una invenzione che nulla ha di scientifico.I danni provocati dall’assunzione di questa soluzione sono molto seri l’EPA ““agenzia per la protezione ambientale degli Stati uniti” ha affermato che l’assunzione può provocare danni neurologici e alla fertilitá. L’origine di questa fake news è prettamente americana infatti la Miracle Mineral Solution fu inventata nel 2006 e pubblicizzata come cura contro HIV,malaria,cancro e molte altre malattie.In questo momento i promotori di questo metodo hanno colto la palla al balzo usando il Coronavirus come fonte di guadagno visto che l’inventore del metodo Jim Humble ha messo in vendita anche dei flaconi del suo prodotto tutt’ora acquistabili su internet ed ha scritto anche un libro in cui spiega come prepararsi in casa questo rimedio. Il Panzironi americano? Da diversi anni FDA ed EPA combattono una lotta all’insegna della corretta informazione per salvaguardare la salute pubblica.

La guerra batteriologica

Il giornale Washington Times in primis ha riportato le dichiarazioni poi smentite di Dany Shoham, biologo ed ex ufficiale dell’intelligence israeliana che aveva sostenuto la tesi che il Coronavirus fosse sfuggito da un laboratorio  di Wuhan in cui si creano armi per una futura guerra batteriologica.I presupposti per lo scandalo ci sono tutti ma lo stesso Dany Shoham a Poynter ha smentito la sua tesi poco dopo affermando che la sua è solo una supposizione e che tuttora non ci sono prove che dimostrino la veridicità di tale affermazione.In poche ore dal falso allarme dato da Shoham la notizia è arrivata in tutto il mondo infatti tuttora molti credono che questa sia l’origine del virus nonostante Massimo Galli, esperto di malattie infettive primario dell’ospedale sacco di Milano, abbia più volte smentito la tesi che il virus sia stato creato dall’uomo per una possibile guerra batteriologica.

I pacchi Made in China “pericolosi”

Bufala che ha girato su tutti i social scatenando una psicosi che ha fatto calare moltissimo gli incassi dei negozi gestiti da cinesi.Infatti diversi quotidiani hanno riportato la notizia secondo cui il Coronavirus sopravviverebbe fino a nove giorni sulla superficie degli oggetti.A sostegno di questa tesi c’è uno studio pubblicato ad inizio febbraio sul The Journal of Hospital Infection che non riguarda il Coronavirus attuale ossia il Covid19 ma altri Coronavirus simili.L’organizzazione mondiale della sanità e il Ministero della Salute hanno ribadito più volte che i pacchi spediti dalla Cina ed i prodotti Made in China non sono pericolosi visto che il virus non sopravvive a lungo su oggetti ,rimane comunque buona norma sempre lavarsi le mani con acqua e sapone e nel caso non sia possibile usando gel a base alcolica.

La corsa alle mascherine

Tra i prodotti più acquistati negli ultimi mesi troviamo le mascherine infatti questo articolo è a andato a ruba ,basti pensare che alcuni produttori hanno quasi finito le scorte!Ma le mascherine saranno davvero un mezzo adeguato per evitare il contagio? Walter Ricciardi dell’Oms durante la conferenza stampa il 25 febbraio 2020 ha specificato che solo le mascherine con particolari filtri proteggono dal virus, infatti vengono usate dagli operatori sanitari come protezione.Gli altri tipi di mascherina  più comuni con una protezione più blanda servono a chi ha contratto il virus per evitare di contagiare altre persone.Come anche espresso dal Ministero della Salute la mascherina anche se senza filtri può arginare il contagio in particolari situazioni, per esempio nei comuni della zona rossa, ma serve a ben poco nel caso di una popolazione che non ha contratto il virus.È inutile quindi in preda alla psicosi assaltare i negozi acquistando pacchi su pacchi di questi prodotti, agendo in questo modo si privano le persone realmente bisognose di questa indispensabile protezione venendo a mancare del tutto il senso civico!

Alle prossime fake news

Fonti

-https://www.focus.it/scienza/salute/coronavirus-virus-cina-mascherinbloccano-la-trasmissione

-https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_febbraio_25/coronavirus-punto-mascherine-chi-servono-quali-sono-come-indossarle-57e03d7e-57c3-11ea-a2d7-f1bec9902bd3.shtml

-https://www.fda.gov/consumers/consumer-updates/danger-dont-drink-miracle-mineral-solution-or-similar-products

-https://www.epa.gov/iris

-https://www.ilsole24ore.com/art/da-big-pharma-guerra-batteriologica-cinese-8-bufale-coronavirus-ACHSswJB

-https://www.journalofhospitalinfection.com/article/S0195-6701(20)30046-3/fulltext

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Wi-fi, il silenzioso “boia” del pianeta

di Simone Fezzuoglio e Emanuele Santoro, 16 anni, del liceo G. Alessi di Perugia

Oggi il cambiamento climatico è uno dei problemi che più preoccupa la comunità scientifica ed  essendo stati posti esame da relativamente poco tempo, sono poche le certezze e molti i dubbi. Oltre a questo sul web sono comparsi centinaia di articoli “scientifici” che imputano la colpa del cambiamento climatico alle più svariate cause, : delle vere e proprie “bufale” scritte con il solo scopo di insidiare il dubbio e creare un’impenetrabile barriera di incertezza intorno al questo tema.

Sono pochi gli studi veramente affidabili, e fra questi occupano un posto di rilievo i rapporti dell’IPCC: il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change-IPCC). Quest’organo redige a intervalli regolari  valutazioni esaustive e aggiornate delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche riguardanti i cambiamenti climatici. Queste informazioni sono rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dall’uomo, degli impatti potenziali dei mutamenti climatici e delle alternative di mitigazione e adattamento disponibili per le politiche pubbliche.

Sono stati proprio questi rapporti ad evidenziare, nel tempo, le cause dei cambiamenti climatici ormai note alla maggioranza della popolazione. Ad esempio l’identificazione del ruolo dei gas serra che, esattamente come il vetro della struttura che dà loro il nome, catturano il calore del sole, impedendogli di tornare nello spazio. Ma l’IPCC punta il dito anche contro una delle principali scoperte tecnologiche di questo secolo: il Wi-Fi e le reti cellulari. In un recente rapporto è scritto: Le onde radio emesse dalle varie attività umane, soprattutto nell’ambito delle telecomunicazioni influiscono per il 74,8% all’aumento delle temperature medie oceaniche (tradotto dall’inglese).

Le radioonde vanno quindi a riscaldare gli oceani e i mari di 1,3 gradi Farenight all’anno. Per capire come sia possibile questo fenomeno basta pensare al funzionamento dei forni a microonde, che vengono usati per la cottura rapida dei cibi. In essi viene sfruttata l’azione del calore che si genera all’interno degli alimenti in seguito all’assorbimento dell’energia elettromagnetica di frequenze opportune. L’azione delle microonde si esercita sulle molecole d’acqua presenti negli alimenti: le molecole d’acqua si comportano come dipoli elettrici e tendono ad allinearsi lungo il campo elettrico oscillante generato dalle microonde. Di conseguenza entrano in rapida oscillazione e, urtandosi le une con le altre, producono calore all’interno della sostanza da riscaldare o da cuocere, in un tempo assai inferiore a quello normalmente necessario.

Mettere in relazione un microonde con il Wi-Fi può sembrare una follia, ma non lo è: il Wi-fi e il microonde sono più simili di quanto pensiamo, tanto che questi due strumenti funzionano oltre che con lo stesso tipo di onde le emettono anche sulla stessa frequenza. Infatti entrambi lavorano su una banda da 2,4 gigahertz che venne assegnata ai forni a microonde dall’International Telecommunication Union nel 1947 e venne poi “rubata” dalla Wi-Fi Alliance che la utilizzò per lanciare la sua rivoluzione su scala mondiale: le reti wireless che sono oggi in ogni casa. Ovviamente delle differenze ci sono: questi due strumenti lavorano con lunghezze d’onda completamente diverse. Le microonde, come dice il nome, hanno lunghezze d’onda che vanno da 1 mm a 30 cm, mentre le radioonde utilizzate da Wi-Fi e reti cellulari occupano la fascia dello spettro delle lunghezze d’onda maggiori, comprese tra 10 cm e 1 km. Un’altra differenza è che il microonde è progettato per essere una gabbia di Faraday quasi perfetta, cioè per tenere al suo interno le onde emesse, il Wi-Fi per emetterle all’esterno con la massima potenza possibile.

Ecco quindi spiegata la preoccupazione dell’IPCC; il Wi-Fi e le reti cellulari, pur emettendo radiazioni meno potenti (in quanto meno “concentrate”) di un microonde hanno un raggio d’azione che si estende per tutto il pianeta senza perdere quasi mai potenza, visto che il segnale è potenziato costantemente da migliaia di ripetitori.

Si può quindi affermare che grazie al Wi-Fi e alle reti cellulari abbiamo trasformato il nostro pianeta in un gigantesco “forno” a radioonde e gli effetti di questo surriscaldamento degli oceani saranno catastrofici. Oltre alle conseguenze per la biodiversità marina, è evidente che se si aumenta la temperatura dell’acqua di pari passo ne aumenta il volume. Ora, l’aumento di volume sarà irrisorio se scaldiamo l’acqua per cuocere la pasta a casa nostra, ma se a scaldarsi gli oceani l’aumento di volume sarà enorme, sempre l’IPCC ipotizza un aumento di livello dei mari fino a 2 metri entro il 2100. Se questa previsione dovesse avverarsi l’Europa apparirà come nell’immagine sotto.

Da qui possiamo facilmente comprendere la portata catastrofica di questo fenomeno, che è già in corso. Non possiamo fermarlo, perché è ormai troppo tardi, ma possiamo rallentarlo e cercare un rimedio a questo disastro che ci siamo creati. Alcuni attivisti moderni affermano che l’eccesso di tecnologie che ci circonda ci ha portato a questo punto, la sproporzionata avidità umana ci sta spingendo verso la fine: è a causa della ricerca scientifica che siamo arrivati a questo punto? Secondo noi no, come la scienza è in parte causa di questo problema essa potrà diventare una soluzione. La critica che viene giustamente mossa ai movimenti ambientalisti è che lo slogan “Salviamo il pianeta” è errato: la Terra continuerà tranquillamente a esistere senza di noi, si dovrebbe quindi dire “Salviamo l’umanità”. Non fare nulla, non parlarne e anche semplicemente non conoscere rende complici a questo gigantesco attentato all’umanità. Dobbiamo unirci consapevolmente a combattere la venuta di quello che sembra essere uno scenario da film apocalittico, ma che potrà diventare una terribile realtà.

ATTENZIONE!

Questo articolo è una bufala: la relazione tra il Wi-Fi, le reti cellulari e il cambiamento climatico è totalmente inventato, così come lo è la citazione al rapporto dell’IPCC. Non esiste nessuna prova scientifica a riguardo e probabilmente un fisico sufficientemente preparato potrebbe smentirci con facilità. Sono invece reali i dati sull’innalzamento dei mari. Abbiamo voluto mischiare dati reali con altri falsi per aumentare la credibilità della bufala.

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Ora o mai più

di Erica Angelini e GIulia Apicella, 16 anni, in rappresentanza della classe di cinematografia del Liceo Bruno Touschek di Grottaferrata, referente Luca Piermarteri

ORA O MAI PIU’ from CASTELLI AL CINEMA on Vimeo.

Scuola: Liceo Scientifico Statale “B. Touschek” – Grottaferrata (RM)

Durata: 08’30
Anno: 2019
Formato: HD

Una storia d’amore al tramonto, un rapporto in crisi tra uomo e donna che non riguarda una sola coppia, ma l’intera umanità.

Regia: Leonardo Gioia e Michele Ciocci
Interpreti: Beatrice Scarso e Davide Fusco

Produttore esecutivo: Luca Piermarteri
Professoressa referente: Daniela Boccuti

TROUPE
Sceneggiatura: Giulia Apicella, Greta Campbell, Erica Angelini
Direttore di produzione: Sara Spagnoli
Aiuto-regia: Giulia Apicella
Operatore di ripresa: Tiziano Guadalupi
Fonico: Valerio Fasano
Scenografia, Costumi, Trucco&Parruco: Elisa Furia e Greta Campbell
Segretaria di edizione: Erica Angelini
Montaggio: Valerio Fasano

Credits: Primo premio miglior sceneggiatura e miglior attrice protagonista-  Castelli al Cinema: educare i giovani alle immagini del futuro,  realizzato all’interno del Piano Nazionale del Cinema per le Scuole e promosso dal MIUR in collaborazione con il MiBAC.

 

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Cambiamento climatico, bufale e piromani

di Gabriele Roscini e Giorgia Soriani, 16 anni, del liceo scientifico G. Alessi di Perugia (coordinamento Chiara Fardella, Annalisa Persichetti)

fake-news-cambiamento-climaticoIn questi ultimi anni, in cui si parla sempre di più del cambiamento climatico e della sua importanza, vi sarà sicuramente successo di sentir parlare di fake news e di negazionismo. In pratica, per ogni allarme climatico, si diffondono in rete false notizie che offrono spiegazioni alternative dei fenomeni disastrosi, travisano i fatti e le cause, smentiscono le analisi della comunità scientifica. E tale disinformazione ha successo, raggiunge le persone con enorme rapidità ed efficacia.

Ma quali sono queste fake news? Perché si creano e qual è il loro pericolo?

Ce lo spiega Francesca Buoninconti, naturalista di formazione che ormai da anni si occupa di comunicazione della scienza e di giornalismo scientifico.

Quali sono le principali fake news che circolano sul cambiamento climatico?

Beh di sicuro le principali fake news sul cambiamento climatico sono che non esiste o che non sia colpa delle attività umane. Sono almeno 40 anni che sappiamo di quanto e perché si sarebbe alzata la temperatura media globale. A svelare per la prima volta al mondo come l’anidride carbonica introdotta in atmosfera avrebbe cambiato le temperature della Terra è stato il Charney Report, nel 23 luglio 1979. Il rapporto aveva già individuato il colpevole – l’uomo – e prospettava un futuro disastroso se non si interveniva subito. Purtroppo così non è stato, tranne che in rari casi.

Come e quando nasce una fake news? Ci può fare un esempio?

E’ spesso in concomitanza di eventi catastrofici che nascono nuove fake news. È successo per esempio con gli incendi in Australia. Mi riferisco alla fake risalente ai primi di gennaio sulle “180 persone arrestate per gli incendi”. Una vera e propria bufala cavalcata dai negazionisti del clima. La realtà è che un comunicato della polizia del Nuovo Galles del Sud, lo stato più colpito dagli incendi, è stato travisato appositamente e rilanciato da alcuni siti, come InfoWars, conosciuti per le loro posizioni negazioniste sul clima, e da diversi bot e troll su Twitter con l’hashtag #ArsonEmergency (emergenza piromani). In realtà quel numero, usciva fuori da un’accozzaglia di dati che in buona parte non si riferiva neanche all’attuale stagione degli incendi. Di quegli oltre 180, solo 24 erano stati davvero arrestati per incendi dolosi negli ultimi mesi.

Secondo lei perché è stata creata questa fake news?

La somma era stata fatta appositamente e comunicata in modo distorto con l’hashtag #ArsonEmergency proprio per attribuire la responsabilità degli incendi ai piromani e non agli effetti del cambiamento climatico in corso, come invece sostengono gli scienziati e l’Australian Government Bureau of Meteorology.

Quale è il lato più oscuro delle fake news e del negazionismo?

La cosa più pericolosa è che la maggior parte delle volte, dietro la diffusione di una fake news, c’è un interesse preciso di chi la diffonde. Nel caso degli incendi in Australia si voleva smentire l’importanza e gli effetti del cambiamento climatico. Negare il cambiamento climatico significa, invece, non prendersene la responsabilità, soprattutto a livello politico ed economico.

C’è un modo per contrastare il cambiamento climatico?

Contrastare davvero il cambiamento climatico implica una rivoluzione del nostro mondo, del modo di fare qualsiasi cosa: dall’alimentazione ai viaggi, dalla mobilità cittadina allo stare su internet. E questo ovviamente ha un peso e un impatto su imprese, aziende e multinazionali, prima che su tutti cittadini.

In sintesi, negare i cambiamenti climatici fa comodo alla politica e all’economia, e la gente tende ad ascoltare volentieri e a credere a quello che la rassicura e la fa stare bene. Le fake news vengono costruite proprio per dire agli utenti quello che essi vogliono sentirsi dire, a volte anche per spaventarli ad arte e renderli affamati di rassicurazioni, di risposte che prontamente vengono fabbricate, deformando la percezione della realtà e la lucidità degli utenti.

A tutti piacerebbe credere che i cambiamenti climatici, con gli scenari disastrosi che ci minacciano, siano solo favole, che le piogge torrenziali, la siccità disastrosa, gli incendi, lo scioglimento dei ghiacciai siano fenomeni passeggeri, eccezionali, o peggio fisiologiche bizzarrie del pianeta che si riequilibreranno da sole. Purtroppo non è così, e finché nasconderemo la testa sotto la sabbia, come gli struzzi, per non vedere la realtà, la sabbia continuerà ad arroventarsi sempre di più, arrostendo le teste e tutto il resto.

Torino: da Motore per il Paese, a Città Avamposto per il Futuro.

di Alessio Richiardi, 28 anni, di Pinerolo (To)

biciclette-sharingSentiamo sempre più spesso parlare di ecosostenibilità ed ecologia: due termini che stanno permeando le radici delle nostre città ed il nostro modo di vivere, portandoci a compiere gesti quotidiani, anche piccoli, ma non per questo meno importanti, per aiutare il mondo ad essere più pulito. In altri termini, è come se prendessimo un pezzo rock conosciuto da tutti, tuttavia mai sufficientemente apprezzato per quanto realmente vale, e ne remixassimo una parte creando una nuova Hit Estiva.

È su questa onda pensiero che, negli ultimi anni, anche il modo dell’auto ha visto delinearsi una trasformazione radicale, che ha aperto la strada alla mobilità ecosostenibile; sono infatti molte le città europee che si stanno rivoluzionando e Torino, capitale dell’auto endotermica, vuole essere esempio lampante di innovazione e continui miglioramenti per rendere più green una città impregnata dal grigiore industriale.

#Micromobilità:

monopattini-elettrici-in-centro-a-torinoRecentemente i torinesi hanno visto la comparsa, vicino alle più tradizionali biciclette a noleggio, dei nuovi monopattini elettrici, che, con qualche semplice App, possono essere noleggiati a tempo, per compiere piccoli spostamenti nelle vie del centro. Questi mezzi, a fianco delle servizio di sharing delle biciclette, già presente da anni in città, rappresentano un fulcro fondamentale della micromobilità urbana, offrendo la possibilità di muoversi anche elettricamente in piena libertà, raggiungendo velocità di 30km/h, e garantendo un’autonomia di alcune ore. In questo modo, diventa molto gli spostamenti veloci senza dover usare la propria vettura diventano più efficaci.

#Carsharing:

bluetorino-alla-colonninaDa circa 3 anni a Torino è nato un progetto di Carsharing con veicoli totalmente elettrici: stiamo parlando di Blue Torino. Le vetture usate sono state create dal centro stile Pininfarina e rappresentano il fiore all’occhiello della mobilità in città, per via del loro propulsore 100% green. È possibile trovarle in molti punti di Torino, attaccate alle loro colonnine di ricarica,  pronte per essere prenotate e guidate dagli utenti che scelgono questo servizio. A una prima vista, sembrano piccoli ovetti dal design molto futuristico, ma gli interni, decisamente spaziosi e luminosi, derivano dalla ben più conosciuta Lancia Ypsilon. I costi prevedono un canone iniziale per il noleggio, in seguito le tariffe variano in base al tempo di utilizzo e ai chilometri percorsi.

#Hybrid:

Abbiamo parlato di mobilità in condivisione, ma, a partire da Febbraio 2020, i privati hanno anche la possibilità di acquistare le due nuove varianti delle Citycar di casa FCA. Il grande colosso dell’automobile ha infatti lanciato la Panda e la 500 in versione Hybrid, caratterizzate non solo per dal motore elettrico, ma anche dalle vernici a basso contenuto di catalizzatori e interni in plastica riciclata, raccolta in mare: un bel respiro per i nostri mari sempre più zeppi di plastiche!

Il simbolo H che contraddistingue i modelli e dà il nome alle due vetture deriva da cosa c’è sotto il cofano….. o forse meglio dire sotto il sedile passeggero… Già, perchè, se nel vano motore troviamo il nuovo 1.0 FireFly da 64cv, abbinato ad un cambio manuale a 6 marce, è sotto il sedile passeggero la vera rivoluzione. Lì, infatti, è stata alloggiata la batteria che regala 5cv in più al motore a benzina rendendolo così il primo motore ibrido di casa Fiat. Questa batteria svolge molteplici ruoli: sotto i 30km/h fornisce unica propulsione al veicolo, mentre in marcia va ad accoppiarsi al motore termico, per fornire maggiore spinta alle marce basse e regolarizzare i consumi ad alti giri, al fine di ridurre l’apporto di carburante ed i consumi: un bel risparmio per l’ambiente! La casa dichiara che all’anno si possono arrivare a spendere fino a 700€ in meno (*rispetto alle auto ad alimentazione tradizionale): un ottimo incentivo nel rispetto della natura.

il ventaglio di possibilità offerte copre gran parte di ció che è la mobilità ecosostenibile: ora gli utenti hanno tutte le carte in regola per poter viaggiare, in città e non, in massima libertà. Non resta che trovare il giusto compromesso per ognuno di noi.

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Green is the new black

di Maddalena Binda, 25 anni, di Carate Brianza (MB)

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“Vola con Ryanair perché abbiamo le emissioni di CO2 più basse tra le maggiori compagnie aeree d’Europa. Ryanair: emissioni più basse, tariffe più basse.” In Gran Bretagna, questo spot pubblicitario è stato cancellato nel 2019, dopo che l’ASA (Advertising Standard Authority) lo ha ritenuto ingannevole: le informazioni fornite dalla pubblicità in questione erano parziali e non aggiornate. Lo spot, in particolare, rivendicava un primato, quella di compagnia con le minori emissioni di CO2, basandosi su dati del 2011. Ryanair, inoltre, non specificava quali fossero le altre compagnie coinvolte. Sul loro sito, si enfatizza l’impegno ambientale di Ryanair che permette ai propri clienti di effettuare donazioni ad enti che si occupano della salvaguardia dell’ambiente: 2.5 milioni di euro raccolti. Il traguardo raggiunto è ben in evidenza. Nascosto all’occhio di chi scorre velocemente la pagina del sito web, però, è un altro dato: solo poco più del 2% dei clienti ha effettuato una donazione.

L’esempio di Ryanair, responsabile dell’inquinamento atmosferico e acustico, in quanto leader del settore dei trasporti aerei è uno dei tanti casi di greenwashing in cui il consumatore si imbatte quotidianamente. Il termine greenwashing è un neologismo: creato negli anni ’80, deriva dalla parola inglese whitewashing (riverniciare) e letteralmente significa “verniciare di verde”. Indica tutte le strategie di comunicazione che un’azienda attua per appropriarsi di pratiche sostenibili, anche se ciò non corrisponde alla verità, o di presentare le informazioni in modo ingannevole, confondendo il consumatore.

Con l’ondata dei movimenti Fridays For Future, l’attenzione ambientale è cresciuta: termini come naturale, sostenibile, eco-friendly vengono abbondantemente utilizzati nella pubblicità o sulle etichette dei prodotti, alimentari e non, che si trovano al supermercato. E tutto si tinge di verde perché il verde è il nuovo nero.

Nel 1992 è nato EU Ecolabel, il sistema di certificazioni europeo: dall’estrazione o la coltivazione delle materie prime fino ad arrivare alla fase di smaltimento o riciclo, passando per quella di lavorazione e di imballaggio, tutti i processi devono soddisfare alcuni criteri stabiliti. Il funzionamento dell’EU Ecolabel è controllato dal Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio. Questo sistema di certificazioni, essendo garantito dall’UE è affidabile. Può servire al consumatore come garanzia di sostenibilità e come strumento di paragone per confrontare altri marchi che si definiscono “eco-friendly”.

Un ulteriore esempio di greenwashing riguarda la linea “Conscious” di H&M, noto marchio fast fashion: i capi di abbigliamento, rigorosamente dotati di un’etichetta verde, sono orgogliosamente promossi ed esposti nei vari negozi. Cercando maggiori informazioni sul sito dell’azienda, però, si legge che i prodotti della linea Conscious per essere certificati come tali devono avere il 50% di materiali sostenibili. E il restante 50%? La domanda nasce spontanea.

Il consumatore deve, perciò, restare sempre all’erta e diffidare di slogan e iniziative sensazionalistiche: non tutto quello che luccica è oro.

Anche il recente annuncio della creazione di un fondo per l’ambiente da parte di Jeff Bezos, CEO di Amazon, sebbene non sia definibile come caso di greenwashing, sfrutta la crescente sensibilità ambientale della popolazione per poter promuovere l’immagine dell’azienda. Il Bezos Earth Fund comporterà un finanziamento iniziale di 10 miliardi di dollari da devolvere a centri di ricerca e organizzazioni che si occupano della salvaguardia ambientale e dello sviluppo sostenibile. L’annuncio della generosa donazione segue le proteste di qualche centinaio di dipendenti che, negli USA, hanno iniziato a chiedere un cambiamento nelle politiche del colosso americano: ridurre le emissioni di gas serra prodotte dall’azienda entro il 2030, interrompere i finanziamenti alle società di combustibili fossili e ai membri negazionisti del Congresso americano. Il fondo, inoltre, sembra una risposta alle polemiche nate sul web per la sua donazione a seguito degli incendi in Australia: solo 690 mila dollari a fronte del suo patrimonio di quasi 130 miliardi di dollari.

Con gli strumenti che il consumatore ha a disposizione oggi, internet in primis, è fondamentale verificare la veridicità di iniziative o cambiamenti sostenibili che le maggiori aziende pubblicizzano per non cadere nell’inganno, acquistando prodotti sostenibili solo nella facciata. Alla fine, come dice il proverbio, l’abito non fa il monaco.

 

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