L’urlo green connette realtà virtuose

della redazione dell’Urlo Green della Pascoli – Nivola di Assemini( Ca), coordinamento di Roberta Mascia e Bernardina Troncia

Quest’anno il nostro blog dinamico ha dato voce alla Laguna di Cagliari, chiamata Stagno di Santa Gilla. In particolare ci siamo occupati della sostenibilità di un impianto industriale ubicato nella Laguna: le Saline Conti Vecchi.

Ai nostri servizi e reportage abbiamo dato un approccio propositivo per un’informazione costruttiva che non solo metta in luce delle buone iniziative, ma che possa anche creare una connessione fra le diverse realtà virtuose in modo da renderne più concretamente spendibili le idee.

l’URLO GREEN

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Promessa a interesse zero

di Raffaele Bianco, 17 anni, de La Siringa del liceo Alessi di Perugia

foto1In questa ultima campagna elettorale dove non sono state risparmiate promesse a piene mani, dopo il reddito di cittadinanza e la riduzione della tassazione, è stato persino messo in vendita  uno strumento di tutela per i cittadini e l’ambiente: si è parlato infatti di abolizione dell’obbligo del Bilancio di Sostenibilità per le imprese, una grande conquista sociale che interessi di parte dei grandi gruppi economici vorrebbero mettere a rischio. Si tratta certamente di un provvedimento favorevole soltanto al profitto delle imprese e che non è rivolto alla tutela delle persone.

Sebbene infatti la direttiva nr. 95 del 2014 del Parlamento e del Consiglio dell’Unione Europea abbia reso obbligatorio questo tipo di bilancio per le imprese di grandi dimensioni che costituiscono enti di interesse pubblico e per gli enti pubblici che sono imprese madri di un gruppo di grandi dimensioni, tale direttiva viene reputata un rallentatore nello sviluppo delle imprese da parte dell’eminenza grigia dell’economia nonché dai dirigenti dei grandi poli societari. Recita infatti pieno di prosopopea elettorale il politico di turno: “la burocrazia e l’eccessiva rendicontazione sta soffocando le nostre aziende e ne limita il campo di azione, la nostra economia deve rifiorire forte di una nuova libertà”.

foto2Ma in tutto questo i diritti degli skateholders, cioè di coloro su cui l’attività di impresa ha un impatto, siano essi cittadini, dipendenti, fornitori, clienti, autorità locali o altri, che fine fanno? Se le imprese non hanno più l’obbligo di rendicontazione, in un mondo in cui il profitto detta le regole, quali saranno quelle imprese dal profondo senso etico che si occuperanno per scelta e  non per obbligo e per immagine dell’impatto sociale ed ambientale della loro attività? E se nessuno sarà più preposto a controllare l’attività delle imprese non solo da un punto di vista economico, a quale futuro dobbiamo prepararci?

Una tale promessa elettorale sembra inoltre proprio in controtendenza con l’orientamento europeo che è sempre più indirizzato verso un metodo uniforme di redazione del Bilancio di Sostenibilità come testimonia l’entrata in vigore dal prossimo luglio 2018 della versione aggiornata del GRI (Global Reporting Initiative) con le sue nuove trentasei linee guida. Persino l’EIPA (Ente Italiano Protezione Ambientale) per disingannare gli elettori ed opporsi a questa possibile futura proposta di legge tutta italiana ha pubblicato una previsione dell’impatto che avrebbe nei prossimi tre anni l’abolizione dell’obbligo del Bilancio di Sostenibilità: incremento della produzione di CO2 quindici volte superiore a quella attuale, terreni agricoli avvelenati dai residui tossici, inquinamento delle falde acquifere, aria con una percentuale più alta di particelle pesanti, un reale pericolo per ogni singolo cittadino. Se questo provvedimento fosse approvato dal Parlamento Italiano nella prossima legislatura, nell’arco di un solo decennio lo scenario del paese peggiorerebbe drasticamente portando l’Italia ad essere il fanalino di coda sia nel rispetto dell’ambiente che nella sicurezza e salute dei suoi cittadini.

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Coop: bilancio di sostenibilità da “brividi”

di Valerio Bucciaglia, 14 anni, di Pomezia

grafico-bucciagliaProprio ieri abbiamo parlato con un dipendente Coop che ci ha rivelato i dati del bilancio di sostenibilità dell’anno 2017.

Purtroppo il bilancio riporta dati tragici. Come riferito dal dipendente nel documento in oggetto si dice che la frutta e la verdura contengono alte concentrazioni di ossidano, un agente tossico che se presente in concentrazioni elevate può anche provocare la morte. La Coop è stata multata centinaia di volte dopo i continui controlli ma anche cambiando fornitore l’ossidano rimaneva in concentrazioni superiori alla norma.

Purtroppo ancora oggi ci dice il dipendente che la Coop è sanzionata per questo motivo e non riesce a trovare soluzione. La situazione è ancora peggiorata ritrovando l’ossidano anche negli scarichi fognari provenienti dall’azienda, ovviamente la cooperativa di consumo sta cercando di nascondere tutto ai clienti per evitare una ulteriore crisi.

Infatti la Coop a causa di queste multe continue ha avuto un calo economico dello 80% e la sua clientela si è ridotta drasticamente, ha anche dovuto chiudere molti suoi punti vendita e si prevedono anche molti altri licenziamenti nel Lazio e nella Toscana.

Ormai la situazione è fuori controllo e non si sa se l’azienda riuscirà a riprendersi.

Non ci resta altro che sperare, queste sono le ultime parole amare del dipendente che ha preferito rimanere anonimo per evitare il licenziamento. Noi ringraziamo comunque quest’ uomo per il suo coraggio e per la sua disponibilità.

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Bilanci di sostenibilità? Ci pensavano già i Sumeri

di Edoardo Giraldi, 15 anni, del liceo Dante Alighieri di Roma

Lo diceva Ferdinand Tönnies già agli inizi del Novecento: non fatevi rapire dalle sirene del presente perché la soluzione è nella storia del mondo. E allora: studiamola meglio questa storia. Arriveremo a capire che molte idee che circolano nella società contemporanea altro non sono che banali ripescaggi di esperimenti che si perdono nella notte dei tempi. Tentativi riusciti (a volte), dolorosi fallimenti in altri casi. Limitiamoci ai primi: potremmo imparare tutti a vivere meglio.

   Pensate, dunque, che i grandi temi dell’ecologia, del rispetto per l’ambiente e della sostenibilità siano frutto del mondo post industriale? Sbagliato. Uno dei primi a trattare, in pratica, questi argomenti fu tale Set, secondo il Vangelo apocrifo di Enoch. Set, lavoratore della terra, usava perimetrare il suo piccolo campo di ortaggi con i semi di un’anguria oggi introvabile se non sull’isola di Hokkaido, in Giappone. Questo perché la pianta allontanava, naturalmente, parassiti e insetti pericolosi, zanzare comprese. A meno di un centimetro, si apprende sempre dal racconto gnostico, erano sistemati noccioli di albicocca che, a contatto con le radici dell’anguria, rendevano la terra umida per mesi, rendendo di fatto inutile ogni forma di irrigazione.

   Ne sapevano qualcosa anche i Sumeri che, come è noto, non avevano bisogno di arare i terreni agricoli : li lasciavano a riposo un mese ogni sette anni, bagnandoli qua e là con il succo di un agrume molto simile all’attuale pompelmo.

   Avviciniamoci ai tempi odierni.

   Caterina I di Russia ne sapeva, davvero, una più del diavolo. In effetti le esperienze non le mancarono di certo: figlia di contadino, sposa di trombettista, operaia in una lavanderia, poi zarina di tutte le Russie. Una vita movimentata, non c’è dubbio, raccontata in una sorta di autobiografia diventata un “samizdat” diffuso durante il periodo comunista. Caterina rivela le brutalità subite durante il suo periodo di vita da operaia: i turni di lavoro massacranti, le prepotenze dei suoi datori di lavoro.

   “Finché un giorno non ci venne a trovare un’anziana signora, di bell’aspetto anche se trasandata nell’abbigliamento. Era la moglie di un ufficiale russo ormai a riposo, aveva con sé una decina di abiti del marito che noi avremmo dovuto lavare. Eravamo in pieno inverno, il freddo era intenso come solo da noi sa essere. La poveretta si avvicinò a me e osservò con attenzione le mie mani, rovinate da calli e piaghe perché immerse da troppe ore nell’acqua gelata. ‘Ti voglio comunicare un segreto – mi disse – Ma non dire mai a nessuno che a rivelartelo sono stata io’. Acconsentii di buon grado e quella donna mi suggerì di mettere ogni dieci litri di acqua destinati al lavaggio degli indumenti due foglie di betulla e la buccia di una patata. ‘Lascia tutto a mollo per un’ora – mi disse ancora – poi ti basterà un veloce risciacquo e il gioco è fatto: il vestito esce pulito e quasi inamidato. E con il liquido che resta potrai lavare senza sforzi l’argenteria’”.

   Per Caterina è la svolta. Custodisce quel segreto anche quando diventa moglie di Pietro I, uomo sulla cui taccagneria si è favoleggiato fin troppo. Lei non è mossa da spirito ecologico, non pensa ancora alla sostenibilità di certe azioni. Non vuole che camicie e uniformi del marito possano essere toccati da altri, punto e basta. Il bucato lo fa lei, ogni giorno, con grande soddisfazione dello zar: usando due foglie di betulla e la buccia di una patata. 

   Necessita fa virtù in Cina. Siamo in un laogai, uno dei famigerati campi di concentramento dell’epoca maoista. Lui si chiama Hang Tse, è un dissidente. Nell’inferno della “rieducazione” Hang deve vivere almeno sette anni, salvo possibili aumenti di pena. Siamo nel vivo della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria.

   È dura, durissima. Le condizioni del campo sono pessime, il cibo scarseggia e il lavoro fisico imposto ai prigionieri è snervante. È un compagno di cella di Hang a suggerirgli l’unica via d’uscita: i vecchi del campo hanno tutti un barattolo di vetro contenente una misteriosissima sostanza che toglie la fame, donando energia e salute. Si tratta di noccioli di ciliegia seccati e ridotti in polvere: un elisir di lunga vita riconosciuto come tale anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Hang viene liberato dopo dieci anni di detenzione e riesce a scappare in Giappone. Dove, nonostante il cuore di ferro, muore a 109 anni per un ictus fulminante.

   Timidi segnali di una vita in cui sono spesso le condizioni negative a suggerire possibili, innocui accostamenti alla Natura. Bisogna arrivare in Italia, all’immediato dopoguerra, per assistere al primo esperimento di un bilancio sostenibile soddisfacente, studiato in funzione del risparmio collettivo. È quanto decisero di fare gli Italo-albanesi di Montecilfone, in Molise, produttori “industriali” di comunissime mele “Renette” e di una particolare canna da zucchero chiamata “Kallam”. La figura del medico, in quella comunità, non esisteva: merito, assicuravano i capi del villaggio, delle vitamine contenute in quelle mele, la cui buccia veniva usata per lavare le stoviglie e i cui semi (opportunamente essiccati) venivano utilizzati per tenere accesi i camini, funzionando molto meglio del legno. La grande sorpresa fu nella “Kallam”: il succo estratto, oltre ad essere un potentissimo disinfettante naturale, fungeva da carburante per muovere le braccia di una decina di mulini nei quali si macinava il grano. L’acqua zuccherata in eccesso finiva poi con l’irrigare i campi.

   Era una comunità ricca ma forse nessuno se ne accorgeva.

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Mcblende: il panino che può salvare il mondo

di Gabriele Ripandelli, 17 anni, corrispondente gNe da Perugia e redattore de La Siringa (liceo G. Alessi, coordinamento Annalisa Persichetti)

panino-mec“Panta rei” : tutto scorre, nel concreto tutto può avere una seconda vita.

Questo è quello che ha pensato A.R.C.( American Recycling Company), un’ associazione che si sta espandendo in tutto il mondo, quando il 20 gennaio 2017 ha deciso di dar vita al progetto”MCD 2.0″ che entrerà realmente in azione nell’estate 2017.

L’idea sarebbe dovuta essere presentata già a Coop22 a Marrakech, ma per un imprevisto i capi dell’associazione non hanno potuto partecipare e dunque della notizia si parla ancora poco.

Il tutto partirà dal MCDonalds , reputato da molti  il regno del cibo che fa male e di scarsa qualità, per renderlo, indirettamente, un fast food per la salvaguardia del mondo.

provetteL’idea è quella di trasformare il cibo, fonte d’energia per il corpo umano, in carburante, fonte d’energia per le macchine. Gli scienziati che lavorano per A.R.C. avrebbero già trovato la miscela che renderebbe possibile sostituire definitivamente il petrolio e gli altri combustibili fossili per salvaguardare il pianeta dall’esaurimento delle fonti non rinnovabili. Si tratterebbe di un concentrato degli avanzi del cibo in una miscela di idrogeno e una sostanza variabile tra cluoro e ferro, che permetterebbe di avere una sostanza light per cilindrate minori o strong per quelle maggiori.  Come convincere gli automobilisti?  “la gente tiene al proprio pianeta quanto al proprio portafoglio- dice l’economista John Fuel-una soluzione che costa di meno e che sostenga il pianeta sarebbe gradita a tutti: non serviranno macchine diverse come quelle elettriche e sarà un combustibile adatto a qualsiasi automobile, moto o motorino.”

In questi mesi saranno messi dei primi prototipi di carburante a disposizione dei dipendenti dell’azienda da provare direttamente nelle loro automobili. Dopo uno studio dei risultati ottenuti il carburante inizierà ad essere diffuso nei vari distributori americani e magari, se in America ci sarà una grande risposta positiva da parte dei clienti, tra qualche anno anche la tua automobile userà questa miscela: saresti disposto a provarla?

A salvare il pianeta si inizia dai cambiamenti nel quotidiano e questo pare proprio poter esserne un esempio, chi ci dice che a salvare la Terra non potrebbe essere proprio il cibo?

Spazzatura high tech

di Raffaele Bianco, 16 anni, redattore della Siringa del liceo Alessi di Perugia, coordinamento Annalisa Persichetti

immagine-nanotecnologieÈ Rubbish toshi-ka ovvero “urbanizzazione spazzatura” il nome dato al nuovo prototipo di città quasi totalmente autosufficiente. Essa è frutto di un esperimento pilota iniziato nel settembre del 2016 che ha coinvolto i più noti esperti internazionali di economia, tecnologia e chimica . Il governo Giapponese aveva infatti dato il via libera circa tre anni fa allo sviluppo di questo progetto di centro abitato fortemente tecnologico potenzialmente in grado di cambiare il rapporto tra la razza umana e il pianeta Terra. Rubbish toshi-ka è infatti dotata di un impianto di riciclaggio dei rifiuti rivoluzionario che facilita ai cittadini il dovere di salvaguardare l’ambiente.

I rifiuti vengono convogliati da un sistema di tubature direttamente da ogni abitazione alla centrale di riciclaggio nella quale vengono smistati in base alla loro composizione molecolare. Plastica, vetro, carta e altri rifiuti inorganici vanno incontro alla normale procedura a cui vengono sottoposti in qualsiasi altra centrale di riciclaggio, la novità sta invece nel recupero dei rifiuti organici grazie alla nanotecnologia.

Negli ultimi anni le nanotecnologie si sono sempre più affermate trovando i più svariati utilizzi in moltissimi settori, dalla medicina all’industria pesante ma grazie a questo progetto la loro funzione  in ambito ambientale si rivela addirittura rivoluzionaria.

immagine-rifiuti-organiciTutto il materiale organico che si trova nel nostro pianeta è fondamentalmente composto da tre atomi ovvero carbonio, ossigeno e idrogeno. Partendo da tale realtà di base gli scienziati sono riusciti a separare questi elementi utilizzando i più avanzati studi di robotica molecolare capaci di combinare nanotecnologie e intelligenza artificiale. Da quelli che erano rifiuti solidi organici e liquami, sono riusciti quindi a riciclare materia a livello atomico per poi successivamente ricombinarla in strutture originarie complesse fino a produrre un combustibile di nuova generazione in grado di sostituire i derivati del petrolio sia per il riscaldamento che per la produzione di energia elettrica della città stessa. In tal modo dei rifiuti inutilizzabili diventati unicamente un peso per l’ecosistema terrestre si rivelano invece una risorsa preziosa in grado di aiutare il nostro pianeta a vivere ottimizzando la sua meravigliosa materia.

I gatti perdono il pelo… ma non per vizio

di Chiara Faranghini Kalliope, redazione La Siringa, liceo G. Alessi di Perugia, coordinamento Annalisa Persichetti

DSC00961Un gruppo di ambientalisti ha lanciato il grido d’allarme: il riscaldamento globale impedisce ai nostri piccoli amici felini di cambiare il pelo. All’arrivo dell’inverno cinquantamila gatti in tutto il territorio nazionale, tra randagi e cuccioli potrebbero perdere la vita morendo per assideramento.
Quando arriva l’autunno, ai  gatti solitamente cresce un folto sottopelo che li tiene al caldo per tutta la stagione fredda. Ma come vi sarete accorti tutti, i nostri piccoli amici stanno al contrario perdendo  molto pelo , coprendo tappeti, coperte , poltrone di ciuffi senza che il manto invernale faccia la sua comparsa.  Questo fatto sta allarmando molti proprietari di gatti che vedono i propri animali diventare sempre più “nudi”. Segnalati anche inappetenza e vomito: La dott.ssa Magretti, dell’Università di Veterinaria di Perugia ci spiega: “ L’inappetenza e il vomito frequente sono dovuti alla presenza nello stomaco di boli di pelo che il gatto si ingerisce in eccessiva quantità leccandosi, a causa del caldo anomalo. Il professor Gambetti  dell’Università veterinaria di Milano ha dichiarato che  la temperatura ancora alta , ancora estiva , fa ritardare  la muta del pelo, ma all’improvviso arrivo della stagione fredda, i nostri amici felini   potrebbero rischiare infiammazioni e  problemi respiratori, reumatici o addirittura, nel caso di animali randagi o anziani, la morte per assideramento.  Quindi, vietato tenere fuori di casa i propri gatti ,specialmente di notte . Una iniziativa di soccorso per i randagi  è partita dal centro  Happy cat , che domenica 22 Novembre presenta in tutte le piazze italiane l’operazione “cuccia calda ” : in cambio di un’offerta di due euro, l’Ente in collaborazione con le associazioni animaliste di tutto il territorio nazionale fornirà ai Comuni scatole-cuccia termiche in  polistirolo, dove i gatti randagi  passeranno un caldo inverno protetti e le cucciolate nasceranno al sicuro . Abbiamo intervistato la consulente di comportamento del gatto, Lucia Angelini, alla Mostra del Felino, un appuntamento imperdibile dell’autunno perugino per gli appassionati gattofili. L’etologa ci ha spiegato che negli ultimi tempi molti proprietari e allevatori di gatti la consultano preoccupati perché i loro animali diventano all’improvviso stressati, pigri o nervosi, bevendo moltissimo. “È una delle molteplici conseguenze dei cambiamenti climatici” spiega.  Se i vostri gatti dovessero presentare questi sintomi, portateli al centro veterinario più vicino in cui verranno fatti accertamenti sullo “stress climatico”. In generale cercare di restare il più possibile con i propri gatti è la migliore cura contro la pigrizia e lo stress dei nostri amici felini.

Giganti alla fame

di Raffaele Bianco, di 15 anni, della redazione La Siringa di Perugia

Le balenottere azzurre sono già state vittime della caccia spietata dell’ uomo per ricavarne carne, grasso e olio. Ma adesso è un disastro climatico a costituire la nuova minaccia per questi giganti dei mari. Una minaccia che giunge dal plancton, da sempre alla base di molti ecosistemi, in quanto principale fonte di nutrimento di numerosi esseri viventi marini tra cui proprio la balenottera azzurra, il cetaceo più grande del mondo.

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Questa, specie secondo molteplici ricerche è già a rischio di estinzione, ma il clima sta togliendole il cibo e la popolazione dei cetacei potrebbe uscirne irrimediabilmente decimata. Il riscaldamento globale influisce infatti sul comportamento di alcuni esseri viventi ed arriva addirittura a portarli a un nuovo stadio dell’evoluzione. Il plancton avrebbe infatti sviluppato delle sacche composte da un sottile strato di materiale organico che gli permette di vivere come in una bolla nella quale le condizioni di vita sono per lui ideali. Alcune ricerche avevano già evidenziato la formazione di questa membrana ma l’evoluzione si sarebbe dovuta completare nell’arco di almeno alcuni secoli. Ormai invece l’innalzamento delle temperature ha velocizzato il processo in maniera esponenziale e lo sta portando a compimento in poco più di un decennio con conseguenze disastrose per l’intero ecosistema. I molti consumatori di plancton, infatti, in seguito alla mutazione, non saranno più in grado tra pochi anni di cibarsi del plancton stesso. Se non troveranno quindi un’altra fonte di nutrimento nel breve periodo moriranno di fame e intere specie, come le balenottere azzurre,  potrebbero scomparire per sempre dal nostro pianeta andando incontro all’estinzione. Non si sa ancora, tuttavia,  quali saranno esattamente le possibili conseguenze su questa e sulle numerose altre specie coinvolte nella catena alimentare marina nonostante siano molteplici le ipotesi da parte di tanti studiosi. La più accreditata è quella che prospetta un progressivo ma inesorabile “crollo dell’ecosistema”. Sarà infatti difficile per la natura sostituire un gradino così basilare nel 98% degli ecosistemi marini. Ma l’uomo, stavolta, sarà in grado di rimediare ai danni da lui stesso provocati al nostro pianeta?immagine planctonLa risposta può arrivare dall’Alaska dove un team di capaci e tenaci scienziati sta lavorando ormai alacremente da mesi per trovare un valido sostituto alimentare in altri microrganismi che una volta liberati negli oceani dovrebbero diffondersi e svolgere la funzione che tra poco non svolgerà più il plancton. La ricerca ha presentato varie possibili alternative ma si sta ancora cercando quella ideale in quanto a caratteristiche nutrizionali e ad adattamento all’ambiente.

Il problema è divenuto ora quanto mai urgente e una soluzione a livello internazionale si rende necessaria sia da parte dell’intera comunità scientifica che da parte dei governi nazionali affinché stanzino ulteriori fondi e risorse a sostegno della ricerca.

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