Bilanci di sostenibilità? Ci pensavano già i Sumeri

di Edoardo Giraldi, 15 anni, del liceo Dante Alighieri di Roma

Lo diceva Ferdinand Tönnies già agli inizi del Novecento: non fatevi rapire dalle sirene del presente perché la soluzione è nella storia del mondo. E allora: studiamola meglio questa storia. Arriveremo a capire che molte idee che circolano nella società contemporanea altro non sono che banali ripescaggi di esperimenti che si perdono nella notte dei tempi. Tentativi riusciti (a volte), dolorosi fallimenti in altri casi. Limitiamoci ai primi: potremmo imparare tutti a vivere meglio.

   Pensate, dunque, che i grandi temi dell’ecologia, del rispetto per l’ambiente e della sostenibilità siano frutto del mondo post industriale? Sbagliato. Uno dei primi a trattare, in pratica, questi argomenti fu tale Set, secondo il Vangelo apocrifo di Enoch. Set, lavoratore della terra, usava perimetrare il suo piccolo campo di ortaggi con i semi di un’anguria oggi introvabile se non sull’isola di Hokkaido, in Giappone. Questo perché la pianta allontanava, naturalmente, parassiti e insetti pericolosi, zanzare comprese. A meno di un centimetro, si apprende sempre dal racconto gnostico, erano sistemati noccioli di albicocca che, a contatto con le radici dell’anguria, rendevano la terra umida per mesi, rendendo di fatto inutile ogni forma di irrigazione.

   Ne sapevano qualcosa anche i Sumeri che, come è noto, non avevano bisogno di arare i terreni agricoli : li lasciavano a riposo un mese ogni sette anni, bagnandoli qua e là con il succo di un agrume molto simile all’attuale pompelmo.

   Avviciniamoci ai tempi odierni.

   Caterina I di Russia ne sapeva, davvero, una più del diavolo. In effetti le esperienze non le mancarono di certo: figlia di contadino, sposa di trombettista, operaia in una lavanderia, poi zarina di tutte le Russie. Una vita movimentata, non c’è dubbio, raccontata in una sorta di autobiografia diventata un “samizdat” diffuso durante il periodo comunista. Caterina rivela le brutalità subite durante il suo periodo di vita da operaia: i turni di lavoro massacranti, le prepotenze dei suoi datori di lavoro.

   “Finché un giorno non ci venne a trovare un’anziana signora, di bell’aspetto anche se trasandata nell’abbigliamento. Era la moglie di un ufficiale russo ormai a riposo, aveva con sé una decina di abiti del marito che noi avremmo dovuto lavare. Eravamo in pieno inverno, il freddo era intenso come solo da noi sa essere. La poveretta si avvicinò a me e osservò con attenzione le mie mani, rovinate da calli e piaghe perché immerse da troppe ore nell’acqua gelata. ‘Ti voglio comunicare un segreto – mi disse – Ma non dire mai a nessuno che a rivelartelo sono stata io’. Acconsentii di buon grado e quella donna mi suggerì di mettere ogni dieci litri di acqua destinati al lavaggio degli indumenti due foglie di betulla e la buccia di una patata. ‘Lascia tutto a mollo per un’ora – mi disse ancora – poi ti basterà un veloce risciacquo e il gioco è fatto: il vestito esce pulito e quasi inamidato. E con il liquido che resta potrai lavare senza sforzi l’argenteria’”.

   Per Caterina è la svolta. Custodisce quel segreto anche quando diventa moglie di Pietro I, uomo sulla cui taccagneria si è favoleggiato fin troppo. Lei non è mossa da spirito ecologico, non pensa ancora alla sostenibilità di certe azioni. Non vuole che camicie e uniformi del marito possano essere toccati da altri, punto e basta. Il bucato lo fa lei, ogni giorno, con grande soddisfazione dello zar: usando due foglie di betulla e la buccia di una patata. 

   Necessita fa virtù in Cina. Siamo in un laogai, uno dei famigerati campi di concentramento dell’epoca maoista. Lui si chiama Hang Tse, è un dissidente. Nell’inferno della “rieducazione” Hang deve vivere almeno sette anni, salvo possibili aumenti di pena. Siamo nel vivo della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria.

   È dura, durissima. Le condizioni del campo sono pessime, il cibo scarseggia e il lavoro fisico imposto ai prigionieri è snervante. È un compagno di cella di Hang a suggerirgli l’unica via d’uscita: i vecchi del campo hanno tutti un barattolo di vetro contenente una misteriosissima sostanza che toglie la fame, donando energia e salute. Si tratta di noccioli di ciliegia seccati e ridotti in polvere: un elisir di lunga vita riconosciuto come tale anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Hang viene liberato dopo dieci anni di detenzione e riesce a scappare in Giappone. Dove, nonostante il cuore di ferro, muore a 109 anni per un ictus fulminante.

   Timidi segnali di una vita in cui sono spesso le condizioni negative a suggerire possibili, innocui accostamenti alla Natura. Bisogna arrivare in Italia, all’immediato dopoguerra, per assistere al primo esperimento di un bilancio sostenibile soddisfacente, studiato in funzione del risparmio collettivo. È quanto decisero di fare gli Italo-albanesi di Montecilfone, in Molise, produttori “industriali” di comunissime mele “Renette” e di una particolare canna da zucchero chiamata “Kallam”. La figura del medico, in quella comunità, non esisteva: merito, assicuravano i capi del villaggio, delle vitamine contenute in quelle mele, la cui buccia veniva usata per lavare le stoviglie e i cui semi (opportunamente essiccati) venivano utilizzati per tenere accesi i camini, funzionando molto meglio del legno. La grande sorpresa fu nella “Kallam”: il succo estratto, oltre ad essere un potentissimo disinfettante naturale, fungeva da carburante per muovere le braccia di una decina di mulini nei quali si macinava il grano. L’acqua zuccherata in eccesso finiva poi con l’irrigare i campi.

   Era una comunità ricca ma forse nessuno se ne accorgeva.

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