Rifunzionalizzazione, il “panta rei” dei monumenti

inchiesta e intervista di Benedetta Tedeschi, 17 anni, caporedattore de La Siringa (liceo G. Alessi) e corrispondente gNe da Perugia, coordinamento Annalisa Persichetti

romaPer addentrarci in questa particolare declinazione del tema ‘ambiente’ sono d’obbligo alcune riflessioni preliminari, alcuni capi saldi che ci possano accompagnare attraverso un ragionamento ‘alternativo’ che coinvolga, quanto più esaustivamente possibile, il panta rei e la trasformazione costante a cui è soggetto il mondo.

Quando si parla generalmente di ‘ambiente’, le prime immagini che ci vengono in mente sono gli alberi, i fiumi, i vulcani, le foglie, il mare e così via, ma, se ci soffermiamo a ragionare sul concetto in sé e per sé, non sarà difficile comprenderne il significato ‘più etimologico’ (quasi più banale), ovvero: tutto ciò che ci sta intorno.

Partendo da questo punto, la domanda è spontanea: cos’è che abbiamo intorno? Alberi, vulcani, foglie e mare? Sì, anche, ma chi vive in città (al netto delle città particolarmente verdi come ad esempio Perugia) incontra con lo sguardo un ‘ambiente’ diverso: monumenti, case, persone.

Per poter comprendere più a fondo la tematica trattata, vorrei riportare le parole di Guido Viale, economista, ma anche scrittore che da anni interviene sulle principali testate nazionali per parlare di ambiente, economia modello di sviluppo. L’imperativo che emerge dal suo saggio La civiltà del riuso è chiaro:riusare conviene, riduce il prelievo di materie prime e la produzione di rifiuti, promuove condivisione di gusti e stili di vita, e aumenta l’occupazione”. Un’accezione positiva, dunque, del termine “riusare” il cui significato “nel nostro mondo usa e getta”, si è molto sfumato.

Quello di Viale è un “riusare” che sottende vita, evoluzione, innovazione, lavoro e convenienza, un riusare di cui – tornando al tema iniziale – si fanno portavoce i musei che, secondo Viale “sono per antonomasia i luoghi in cui si conservano cose usate: da altri popoli, altre civiltà, altre epoche, altri lavoratori, altri padroni di casa, altri collezionisti”.

Nel 2010 Viale scriveva: «Ci sono cose che esistono da sempre; o da molto tempo. E che noi continuiamo ad usare. Innanzitutto il nostro pianeta; poi le montagne, i laghi, i fiumi, il mare, i boschi, il paesaggio. Poi le cose artificiali, fatte da noi umani: le città, le strade, i ponti, gli edifici. Poi, molti oggetti […] E molto altro ancora. L’uso e il riuso di queste ‘cose’ le consuma; alcune le abbiamo ridotte in cattivo stato. A volte le restauriamo; altre volte le lasciamo andare in malora, senza preoccuparci di chi vorrebbe o dovrà ancora usarle dopo di noi […] Riusare molte di queste cose già usate non ci crea problemi. A volte siamo persino orgogliosi degli oggetti usati che possediamo, perché il tempo – e l’uso che ne è stato fatto prima di noi – dà loro una patina di nobiltà. Ma il più delle volte non ci accorgiamo nemmeno che stiamo riusando cose già usate da decine, migliaia, milioni o miliardi di esseri umani prima di noi. O accanto a noi. A volte, invece, ce ne vergogniamo […] e vorremmo che tutto intorno a noi fosse nuovo di zecca. Ma non è sempre possibile. E lo sarà sempre meno in futuro». 

Abituati ai percorsi urbani di tutti i giorni: casa-scuola, scuola-biblioteca, e così via, spesso neanche ci accorgiamo delle statue, delle fontane, delle lastre affisse: figurarsi se possiamo accorgerci, immersi nei pensieri quotidiani, dell’evoluzione funzionale di un monumento! Invece, nonostante l’indifferenza che più o meno consapevolmente pratichiamo, la realtà del “riuso” è tutta intorno a noi e racconta la storia di chi c’era prima. Molto spesso i basamenti delle statue (o delle fontane, come è il caso della Fontana Maggiore) sono rovinati da graffiti fatti col pennarello, o da incisioni fatte con vari arnesi: riportano una data, dei nomi: quello di “lasciare il segno” è un habitus tipicamente umano (basti pensare ai graffiti licenziosi di Pompei, consegnati all’eternità dalla lava del vulcano esploso centinaia di anni fa), ecco… questo anche è ‘panta rei’, anche questo è (oltre che vandalismo) un segno che resta nel tempo (salvo restauri, naturalmente).

Sempre nello stesso saggio Viale aggiunge: «le cose che ci circondano non sono solo ‘oggetti’, cioè entità con un peso ed una dimensione che concorrono alla costituzione materiale del mondo in cui viviamo (il riferimento è chiaro: lo spazio fisico, la res extensa di cui parlava Cartesio). E non sono nemmeno solo ‘beni’, o ‘risorse’, che è la veste che esse assumono quando emerge in primo piano l’uso che ne possiamo fare, o il denaro che ne possiamo ricavare: il loro valore d’uso o il loro valore di scambio, per usare una terminologia che ha attraversato l’intera storia dell’economia politica. Le cose […] sono anche, e soprattutto, portatrici di senso: un senso che a volte siamo noi ad attribuire loro ma che molto più spesso ci si impone con la forza di un’evidenza ineludibile. In questi casi, anche se per lo più ci si presentano in forma inconsapevole o irriflessa, è per noi molto difficile distinguere e separare questi tre aspetti: la dimensione fisica dell’oggetto, il valore utilitaristico o economico del bene e il suo senso, cioè il cumulo dei rimandi a cui la cosa ci invita. Soprattutto perché quei rimandi le si sono stratificati sopra e si presentano a noi come la buccia di una cipolla che, a furia di sfogliarla, si dissolve tra le nostre mani senza che mai si riesca ad arrivare al suo cuore. A causa di questa complessità, l’indagine sulla natura e la realtà delle cose che ci circondano esige che ci poniamo in uno stato di sospensione rispetto alle urgenze della vita quotidiana. Questa sospensione ha molte forme. Può essere, soprattutto se l’oggetto è ‘nuovo’, una valutazione sommaria della complessità dei processi che ne hanno reso possibile la produzione […]. Quella sospensione può essere però, soprattutto se l’oggetto è ‘vecchio’ ed è già stato usato e riusato da altri prima di noi, il rimando alle forme e ai modi di questo uso che ci hanno preceduto; o al contesto sociale e culturale in cui questi modi sono nati e si sono sviluppati».

Le epigrafi, nell’antica Roma ad esempio, erano l’unico modo che l’autorità aveva di comunicare con la popolazione, perciò il senso e il valore di queste era prettamente pragmatico: non importava (ammesso che il fine estetico non fosse richiesto per ragioni specifiche) che ci fosse una lettera più piccola o una più grande o se lo spazio di scrittura fosse perfettamente rispettato, il messaggio doveva passare, la comunicazione era “il senso”.

Oggi quelle stesse epigrafi assumo un “senso” del tutto diverso: storico, di studio, antropologico e così via… ad ogni modo, a mio avviso, l’importante è che il “senso” ci sia, anche se mutato nel tempo: tutto ciò che sopravvive alla storia del suo tempo è importante e foriero di insegnamento per chi verrà dopo.

Da Viale emerge con forza la complessità del rapporto tra noi e l’eredità che ci è stata consegnata e quindi ci si può riferire anche all’architettura, ai monumenti e all’ ambiente. Risultano chiari anche i due rischi che si corrono per via di questa ambigua complessità: l’“eccesso di intellettualizzazione” di questo nostro rapporto, nonché un considerare questa eredità solo come un insieme di ‘oggetti’, ‘beni’ o ‘risorse’.

La mia riflessione, che poi diventa un’intervista, prende le mosse da un tentativo di andare ‘oltre’ le parole, tornando poi in realtà alla loro sostanza semantica: questo slancio parte dall’ambiente e approda al monumento.

Cos’è il monumento se non la testimonianza costante di ciò che è stato? E se poi è inserito in un contesto moderno? In cosa è cambiata la sua funzione? Le statue, gli edifici storici, le piazze, non sono forse un emblema costante di ‘panta rei’ sociale, civile, estetico? Credo di sì e, per mettere in ordine pensieri e riflessioni, ho deciso di rivolgere la mia intervista al professor Gian Luca Grassigli dell’Università degli Studi di Perugia, docente ordinario di Archeologia Classica (area disciplinare di scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche).

L’incontro è stato illuminante, anche grazie alla simpatia e alla disponibilità del Professore (decisamente giovane, vista la media, e ‘alla mano’, se si può dire.)

Il primo commento rilasciato, dopo l’illustrazione complessiva delle domande è stato: «Il tema e il tono dell’intervista è molto complesso, profondo e raffinato, per cui non è facile rispondere, e per di più in forma sintetica, a ogni singola domanda. Tuttavia, proviamo».

Dopo di che ci siamo addentrati nel ‘vivo’ della questione e di questo riferirò di seguito. Ho deciso di dividere in due l’intervista: la prima parte funzionale per stabilire un ‘glossario comune’, necessario al percorso ‘di ricerca’ da intraprendere; la seconda parte, di conseguenza, entra agevolmente (almeno nelle mie intenzioni) nel merito della questione. L’aiuto di Grassigli è stato fondamentale, soprattutto nella fase preliminare: infatti, in poche battute, è riuscito a trasmettere i rudimenti di una materia assai ostica. In prima istanza abbiamo cercato di definire i ‘connotati dell’ambiente monumentale di una città’: «Direi che non c’è nulla di più variabile», dice il Prof., «ossia dipendente dal contesto, di un “ambiente monumentale”, se riesco a capire bene cosa s’intenda con questo concetto. Oggi si tende a dare una definizione ampia, a volte al limite dell’assurdo, di “ambiente monumentale”, che sarebbe composto da tutto ciò che ha un valore e un senso non solo estetico, ma soprattutto storico e storico-culturale». Così, in pochi tratti, già abbiamo inquadrato molte questioni: il problema di ‘nomenclatura condivisa’ a livelli alti (perché naturalmente quando il Prof. dice Oggi si tende a dare una definizione ampia, a volte al limite dell’assurdo, parla di una querelle accademica ancora aperta); il tema dell’esteticità di un monumento, il problema del valore storico (difficile in sé da dirimere, poiché, naturalmente, cosa rileva o no sul piano della storia è solo il tempo a determinarlo con oggettività).

Definito lo spazio, ci si dovrà occupare del ‘cosa’: tutti sappiamo (o crediamo di sapere) cosa sia un monumento, ma ne cogliamo, in realtà, solo la connotazione più superficiale, ovvero, alla parola monumento associamo delle immagini (una statua, ‘roba da museo’, etc.), ma difficilmente, avuta la risposta immediata, ci soffermiamo a riflettere e a cercare di capire davvero. Su questo punto il Grassigli è stato particolarmente esaustivo: «Ogni epoca storica potrebbe proporre almeno una propria risposta a questo domanda (Che cos’è un monmento?), essendo il significato della parola legato sostanzialmente al contesto culturale che si pone la domanda stessa. Evito una risposta specifica. Però potrei dire che tutto ciò che ha a che fare con la memoria è potenzialmente un monumento, sia in forma diretta, ossia ciò che è stato fatto perché suscitasse il ricordo di sé o di altro da sé, sia in forma indiretta, ovvero ciò che è stato fatto pensando esclusivamente al presente, ma che per le epoche successive ha assunto una funzione di sollecitazione del ricordo.

Ma è monumento, quando il ricordo assume anche la funzione di ammonimento, ossia interviene sulla consapevolezza, induce alla riflessione, assumendo dunque un valore culturale, storico ed etico».

La storicizzazione del concetto, seppur in breve, è ora d’obbligo: infatti, se si vuole ragionare sul ‘panta rei’, avendo circoscritto il tema del ‘panta’ ai monumenti, ora dovremo soffermarci sul ‘rei’, ovvero sullo ‘scorrere’ dei nostri soggetti attraverso il tempo.

Anche qui, naturalmente, si è scelto di limitare (per modo di dire in realtà) il lasso temporale d’indagine partendo dalla grecità e approdando ai giorni nostri, la riflessione verte sull’evoluzione dell’idea di opera d’arte: «È così cambiata questa idea al punto che i greci non avevano bisogno della parola “arte”, che in effetti in questa forma non esiste nella lingua della grecità antica. La grecità usava piuttosto techne, i cui significati nel tempo hanno dato origine a un campo semantico per noi (almeno per noi pubblico) piuttosto diverso da quello di arte, vale a dire quello di “tecnica”. Stringendo molto, potremmo dire che per il mondo antico l’opera d’arte (e la sua bellezza) aveva a che fare più con l’assoluta perizia tecnica dell’artigiano in grado di produrla, che con la dimensione psicologica del godimento estetico così come la intendiamo noi».

Poste le basi, si propone ora un’intervista più ‘convenzionale’, almeno dal punto di vista ‘grafico’, così da entrare ancor di più nel vivo della questione e, soprattutto, in maniera più sistematica e ordinata: il tema non è semplice da dirimere ed è per questo che scegliamo la forma ‘per punti’.

D: Prof. Grassigli, cosa significa rifunzionalizzare un monumento?

R: Destinarlo a un uso diverso rispetto a quello per cui era stato costruito.

D: Qual è il vantaggio di questa operazione? E lo svantaggio?

R: Bisognerebbe rispondere solo su casi concreti. A volte è grazie alla loro rifunzionalizzazione che monumenti dell’antichità sono giunti fino a noi. Il loro uso, per quanto con scopi diversi da quelli originari, li ha mantenuti in vita. Naturalmente non vi è rifunzionalizzazione che non provochi modifiche al monumento; del resto, tuttavia, anche il tempo, pur non riutilizzando, altera inevitabilmente l’aspetto dei monumenti.

papianoSe invece si vuole ragionare sul nostro tempo, direi che è difficile dare una risposta univoca. La rifunzionalizzazione può stravolgere l’aspetto e la fruizione di un monumento, può torcerne il senso, o può privarne la comunità del godimento. Ma in astratto direi che è un problema poco affrontabile. Ha senso discuterne solo su casi concreti.

D: Esempi nella storia di rifunzionalizzazione?

R: Tanti, tantissimi. Basti il Partenone, che è stato prima edificio sacro pagano, poi chiesa, poi moschea, poi residenza, poi deposito, poi rovina, poi edificio musealizzato e icona nazionale.

Molti degli anfiteatri romani sono nel tempo stati utilizzati come abitazioni fortificate.

D: Cosa determina che un monumento venga ‘rifunzionalizzato’ e cosa invece ne determina l’oblio?

R: Anche qui le combinazioni possono essere tantissime. Generalizzando, potremmo individuare due grandi categorie di cause: quelle meramente pratico-funzionali e quelle legate alla maestà e autorità, e dunque al valore culturale, simbolico, storico, ecc. del monumento stesso.

D: “Non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume”, ma è possibile vedere due volte lo stesso monumento con gli stessi occhi? (in termini temporali di generazioni a confronto).

R: Naturalmente l’immagine mentale, il valore simbolico e iconico di un monumento cambia nel tempo, ma non è detto che lo faccia a cadenza regolare, ossia di generazione in generazione. Dunque, può accadere che molte generazioni vedano un monumento allo stesso modo e poi, in una determinata circostanza, l’immagine mentale collettiva del monumento cambi. Allo stesso tempo e allo stesso modo è possibile che per molto tempo non si veda un monumento.

berlino

D: In termini di ‘conservazione’ del patrimonio monumentale, il ‘panta rei’ come si colloca? Ovvero: è più economico “riciclare un monumento” o sarebbe deleterio per la sua futura esistenza?

R: Al di là del fatto che ci troviamo in una contingenza storica che riduce ogni scelta a una questione sostanzialmente economica, direi che le categorie per valutare la necessità di “riciclo” (termine che si usa in genere per qualcosa che sarebbe altrimenti da buttare) dovrebbero essere altre. Dunque eviterei innanzi tutto di usare il termine “riciclo”, che riduce il monumento al livello di un bene di consumo. Nello stesso modo, proprio perché si pensa sempre più ai monumenti in questi termini, ossia di bene in disuso, da smantellare o da riciclare, direi che il nostro tempo, che ha idee molto confuse e piuttosto perverse sui monumenti, sarebbe bene che si limitasse a conservarli, per lasciare che generazioni più consapevoli e mature compiano scelte che noi, con ogni evidenza, non siamo nella situazione ideale per fare.

D: «Quello che tutti noi, fino ad oggi, abbiamo immaginato come definito nel tempo, dobbiamo rivederlo nell’ottica della trasformazione ‘panta rei’: nulla si distrugge, ma tutto può diventare inutilizzabile. L’umanità spinta forse dal mito economico della crescita infinita non vi ha dato peso, e oggi come non mai c’è necessità di una presa di coscienza collettiva, un’inversione di rotta, o meglio una visione armonica, circolare». Come commenterebbe questo pensiero?

R: Intanto, per non allontanarmi dal tema dell’intervista, per ciò che riguarda i monumenti direi che i monumenti si distruggono eccome, e che a volte la loro distruzione passa proprio per una trasformazione improvvisa. L’Italia in questo è tragicamente esemplare: i monumenti distrutti sono innumerabili. In generale, ma preciso che tendo a fuggire a gambe levate da ogni pensiero gratuitamente consolatorio, credo che siamo lontani anni luce non solo da una visione armonica, ma anche da una presa di coscienza. Anzi, la trasformazione sempre più evidente e diffusa dei monumenti in beni di consumo, quasi che non vi fosse altra maniera di pensarli, mi fa pensare che la visione economicistica in questo momento sia così radicata da costituire pressoché l’unica voce veramente diffusa. Ma, in genere, quando una cultura gira le spalle al proprio passato e non concepisce la fruizione dell’arte in termini di godimento, di necessità di crescita e di riflessione individuale e collettiva, allora quella cultura non ha ragioni effettive per darsi una speranza. 

Un esempio di questa ‘rifunzionalizzazione’, di questo ‘scorrere’ del tempo è il monumento ai caduti del paese di Papiano (PG).

Il monumento è costituito da una statua in bronzo di un milite che tiene in mano una fiaccola accesa, la statua è appoggiata su un basamento di pietra travertino. Circonda il monumento una cancellata, all’esterno della quale è posta una fontana realizzata dai fratelli Amedeo e Giuseppe Cicioni.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, l’Associazione Combattenti e reduci e la comunità papianese decisero di dedicare un monumento a ricordo dei caduti.

Intorno al monumento fu posta una cancellata in ferro battuto, la stessa fu tagliata durante la seconda guerra mondiale dai fascisti che raccoglievano ferro per fabbricare i cannoni.

Nel mese di ottobre del 1922, presenti tutte le autorità, fu inaugurato il monumento.

È chiaro che sin dall’inizio il monumento fu caro ai papianesi che soffrirono molto dello scempio commesso dai fascisti: proprio per questo, nel secondo dopo guerra, fu ‘rifunzionalizzato’ aggiungendo una lastra con i nomi dei ‘nuovi’ caduti, ad oggi le case intorno sono aumentate, ma la statua è sempre lì salutata e ammirata con orgoglio dai vecchi e nuovi papianesi.

A conclusione di tutto questo non credo di voler aggiungere, spero solo di aver dato un taglio diverso all’accezione del tema ‘ambiente’, nella speranza di essere riuscita a gettare lo sguardo mio e vostro oltre l’orizzonte.

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